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#Storytelling

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Nel 1986 una strana notizia fece rapidamente il giro del mondo:

Michael Jackson si è fatto installare in camera da letto una macchina iperbarica dove dorme tutte le notti perché è convinto che in questo modo possa vivere fino a 150 anni.

Siamo al Brotman Memorial Hospital in California, da non molto è stata installata la prima macchina iperbarica al mondo. Nel reparto quel giorno c’è però un ospite speciale, un personaggio davvero unico, ricoverato per una brutta caduta avvenuta durante la registrazione di uno spot pubblicitario: Michael Jackson il Re del Pop!

Sarà stata la novità, la forma avveniristica della macchina, il fatto che girava voce che praticando delle sedute giornaliere in camera iperbarica si sarebbe potuto vivere fino a centocinquanta anni, fatto sta che Michael Jackson sorrise come un bambino di fronte ad un giocattolo nuovo e disse: “Questa macchina sarà mia!

Per fortuna il suo manager lo fece ragionare, d’altro canto sarebbe stato complicato e pericoloso montare una camera iperbarica in casa, ma soprattutto utilizzarla correttamente: ci sarebbe voluto personale specializzato e tutto il resto. Michael si convinse, forse a malincuore, ma accettò l’idea di rinunciare alla macchina iperbarica, ma non prima di una bella istantanea per immortalare il momento e fu così Michael Jackson ebbe la sua bella foto ricordo sdraiato come uno zombi in una bara di metallo e vetro!

Qualche tempo dopo questa stessa foto finì su un noto giornale scandalistico americano, il National Enquirer e da lì si diffuse come un virus in tutto il mondo; ma facciamo un passo indietro.

Driiiin! Squilla il telefono, è quello dell’ufficio di Frank Di Leo il manager di Michael Jackson, dall’altra parte del filo un giornalista dell’Enquirer che chiede conferma sull’ufficialità della notizia: “davvero il Re del Pop ha installato una camera iperbarica nella sua camera da letto?”

Frank si fece una grassa risata e mandò al diavolo il giornalista, la notizia non viene pubblicata.

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Un colpo di genio!

Quando Michael seppe dell’interesse del giornale ebbe un colpo di genio! Ed è qui che la storia prende forma, che inizia la narrazione, lo storytelling:

“Frank, supportiamo la notizia, facciamo credere a tutti che io davvero dormo in una camera iperbarica perché voglio vivere fino a centocinquanta anni, e diciamo pure che ci stiamo organizzando per far viaggiare la macchina con noi nel prossimo tour!”

Allora Frank richiamò il giornalista, gli confermò la storia e lo autorizzò a pubblicarla con tanto di foto a condizione che venisse piazzata in prima pagina, anzi che venisse esposta sulla copertina del giornale!

Lo storytelling funziona quando la storia viene arricchita, si sviluppa, intriga, sorprende. La pubblicazione sull’Enquirer era un buon inizio, ma per una vera e propria campagna mediatica ci voleva di più, ci voleva uno scontro, una divisione, fare in modo che le persone si schierassero pro o contro la questione. Così Michael e il suo manager fecero girare voce che c’era tra loro un forte disaccordo sull’uso della macchina in casa e di quanto Frank fosse preoccupato per la salute del suo assistito.

In tutta questa faccenda c’è un aspetto ancora più geniale ovvero l’accordo sottoscritto tra Michael Jackson e l’Ufficio Stampa: in nessun modo la notizia dev’essere diffusa attraverso un’agenzia di comunicazione, non deve esserci alcun collegamento tra Michael Jackson e l’organo di diffusione stampa. I media devono essere informati in via indiretta.

Capito la faccenda? Quello che volevano era un “passaparola naturale”, volevano dare l’impressione di una notizia trapelata, di uno scoop, di un paparazzo che ruba un momento d’intimità. Solo così le persone si sarebbero davvero interessate, incuriosite, così smaniose di entrare anche loro dalla finestra e sbirciare nella vita privata del grande artista, ma soprattutto – e questo era lo scopo principale – solo in questo modo i media più importanti si sarebbero bevuti la notizia!

Quando l’Enquirer pubblicò la foto di Michael sdraiato nella camera iperbarica tutto il mondo non ebbe dubbi, tutto il mondo credette all’istante alla notizia. Da quel momento la “voce” divenne un fatto e si diffuse come un virus passando dal piccolo giornale scandalistico ai tabloid più importanti come il Time, il Newsweek e poi il tamtam alla radio, i passaggi televisivi fino ad attraversare l’oceano e diffondersi in tutto il mondo.

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La potenza dello storytelling

Questa è la potenza delle notizie quando sono supportate da una storia emotiva, da un conflitto, da un racconto fatto di emozioni, condizionamenti, passioni. Anche quando si tratta di una bufala come questa, se supportata da uno storytelling efficace, la notizia ha comunque la forza di muoversi velocemente e diventare virale. A nulla valsero le dichiarazioni di esperti che provarono a spiegare che, per sottoporsi a una seduta in camera iperbarica, i pazienti avrebbero dovuto indossare una tuta ignifuga e non certo pantaloni, camicia e calzini bianchi!

La verità è che molto spesso la verità stessa non interessa a nessuno perché tutti amano credere alle storie, alle favole, alle cose assurde, alle cose che ti fanno esclamare Wow! Oppure che ti emozionano, commuovono, o ti fanno arrabbiare, schierare e che ti fanno venire voglia di raccontarle a tua volta, di condividerle, di farle girare magari aggiungendo anche tu qualche particolare divertente o inquietante o emozionante, dicendo la tua, accusando o supportando l’idea. Questo è il DNA che ogni tua storia, notizia o video dovrebbe avere se vuoi sperare che davvero ci sia una diffusione naturale e soprattutto virale.


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